Toni Toniato
Abitare l'arte

Essere al mondo nella specificità dell'arte non è soltanto da sempre il fenomeno principale di un certo modo di “abitare” essenzialmente il linguaggio; in esso e per esso si determinano altresì l'inveramento di antiche prossimità e una incessante progettazione di ulteriori dimensioni di senso – ossia, di altri dispositivi relazionali . In questi ultimi decenni l'arte ha rappresentato addirittura i luoghi fisici dell'abitare (casa, strada, città) quali “oggetti” del proprio linguaggio. Perciò tale realtà – relativa al ‘cosa' e al ‘come' abitare – è divenuta per tanti aspetti il repertorio ormai privilegiato delle nuove produzioni artistiche. L'artista si è impossessato di questi luoghi. Non si limita più a raffigurarli, ma li presenta nella loro nuda oggettività, consapevole che essi costituiscono lo spazio delle cose note e circoscritte, e che la casa, indicativamente, è proprio uno spazio di tal fatta (plasmato dalla sua stessa cultura); e quindi non è altro che spazio dell'identità definita o dell'identità da costruire. Per fare qualche esempio, peraltro comunemente verificabile nelle esposizioni internazionali (come la Biennale di Venezia e Documenta di Kassel), la casa o la stanza – riferibili di solito alla residenza dell'artista – nonché le suppellettili che vi si trovano, vengono trasfigurate in modo tale da formare un gigantesco ready-made , che spesso occupa una o più sale della mostra di volta in volta in questione. Tali oggetti vengono assunti e trasformati in elementi performativi di un'operazione artistica che manifesta un relativo significato autobiografico; quasi un vero e proprio “ritratto” della memoria o del vissuto privato, destinato alla pratica di un'installazione che intende produrre una situazione comunque diversa e autonoma. Condotta paradossalmente a definire e qualificare lo “spazio” dell'opera quale condizione innanzitutto di “luogo”. Anzi, lo spazio dell'arte viene così ad identificarsi, per un processo non meramente sinestetico, con la percezione e l'esperienza del suo luogo. Una sorta di determinazione fortemente connotativa di “ambiente” dell'opera, vivente nel potenziamento e prolungamento delle sue energie psico-fisiche – quale concreta forma, dunque, del reale fluire dell'esistenza. In questi casi, però, non si tratta soltanto di un concetto o di una metafora, storicamente aggiornati o esteticamente accattivanti, bensì di una severa elaborazione attorno ad un particolare modo di concepire e di sperimentare nuove relazioni fra arte e linguaggio – incentrate rispettivamente sull'abitare o sull'essere abitato dal pensiero dell'arte. L'arte, comunque, non cessa di volersi presentare come “mondo”, ossia di farsi mondo. Anche se sforzandosi di custodire in sé l'irriducibile paradosso costituito dal suo essere tanto la cosa stessa quanto (per effetto dello spostamento in un altro contesto) qualcosa di assolutamente diverso. Sulla scena artistica della cultura della modernità (ma la stessa cosa si potrebbe dire in relazione alle fasi, cronologicamente più aleatorie, del postmoderno e del neomoderno), la presenza dell'oggetto città o metropoli, costituisce un orizzonte ineludibile, dal quale si possono trarre immagini, comportamenti ed emozioni. E non solo perché esso rappresenta il territorio fisico e simbolico della nostra vita, ma perché ne riflette e assomma le profonde contraddizioni (sia individuali che sociali), facendo cenno ad un radicamento sempre più difficile da riconoscere e comunque conflittuale, ossia ad un inquietante straniamento, se non ad una dolorosa esclusione. Insomma, da tempo è messa in causa proprio questa forma dell' essere al mondo , e quindi la stessa possibilità di una esistenza autentica; soprattutto in un'epoca caratterizzata da una montante globalizzazione, fatta di sistemi sempre più interdipendenti e complessi. D'altro canto, l'idea del mondo come città-totale sembra svolgere un ruolo particolarmente significativo anche nelle esperienze progettuali della nuova architettura; fermo restando che tale problema rimane centrale in tutte le polarizzazioni dell'immaginario artistico e in quelle della comunicazione mediatica. Solo che l'arte, anche nei suoi risvolti più mimetici – in ciò il presupposto di ogni autentica trasformazione – espone un sovrappiù di realtà. Essa esprime quello che è davvero misterioso nelle manifestazioni dell'essere. E proprio in questa semplice evidenza si radica la necessità di continuare ad abitare la “casa del linguaggio”. Sino a far proprio, in quanto espressione del linguaggio artistico, ogni aspetto del mondo e della natura; rischiando altresì di compromettere la stessa specifica fenomenicità delle “cose”. Ciò che si determinerebbe comunque per un semplice e nello stesso tempo clamoroso rovesciamento, destinante le cose tutte ad una indistinta ma fagocitante estetizzazione, magari spinta sino alla trascendenza estrema; la stessa che di norma si attua come sparizione dentro un'onnipotente anche se sublimata virtualità… nemmeno più autoreferenziale. Ma allora, qui, si apre una questione forse non secondaria: l'arte è ancora una forma dell' “essere al mondo” e l'essere abita tuttora il linguaggio delle cose e degli uomini ?
[Venerdì 30|09|05]
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