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Giulio Giorello
Citta e scrittura

Cosa significa abitare “poeticamente”, o filosoficamente, il mondo? La forma della città è la risposta alla domanda – poiché è questo riconoscere che al principio non c'è un io dedito a “un solitario succhiar se stesso”, ma un noi che si costruisce con la stessa mirabile abilità con cui gli abitanti dell'antica Babilonia edificavano i loro giardini pensili. “Se non fosse stata elevata davvero la Torre di Babele sarebbe stato necessario inventarla”: così Karl Popper. In questo senso non c'è bisogno di alcun valore o presupposto comune – questi creano solo donne e uomini comuni –; invece, come recitava un antico proverbio accadico: “a Babilonia anche i cani sono liberi”. Così la città esprime nella sua materia la dialettica di essere e divenire. Che libertà sarebbe quella di Babilonia se non la libertà di cambiare? E nello stesso tempo come è possibile che il nostro conoscere sia essenzialmente ricordare? Il tema della città e i filosofi ci riporta così a Platone, Bruno e Vico, nonché a chi nel Novecento (più precisamente il 16 giugno 1904) l'ha saputo splendidamente modulare: “l'ebreogreco” irlandese Leopold Bloom. Segue citazione che è tutta un programma: “Un'intera città passa, un'altra ne arriva, passa anch'essa: un'altra arriva, passa via. Case, file di case, strade, chilometri di marciapiedi, mattoni uno sopra l'altro, pietre. Cambian di mano. Questo proprietario, quell'altro. […] Ammonticchiati nella città, erosi da secoli. Piramidi sulla sabbia. Costruite con pane e cipolle. Torri rotonde. Schiavi muraglia cinese. Babilonia. Rimangono grosse pietre. Torri rotonde. Il resto macerie, sobborghi tentacolari, costruiti da speculatori. […] Rifugio per la notte. Nessuno è niente”.
[Domenica 02|10|05]
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