Massimo Donà
Essere al mondo - Nuove relazioni e antiche prossimità


Un’occasione per riflettere intorno alla nuova forma-mondo; quella che siamo destinati a sperimentare ogni giorno e in ogni luogo della nostra sempre comune esistenza. Ma non tanto nell’incombere di una questione mondiale sempre più complessa e spaesante, quanto piuttosto in ogni spazio o riposto anfratto della nostra solo apparentemente banale quotidianità.
Non si tratta cioè di tematizzare un ‘dramma’ astrattamente ‘globale’ – perché in ogni città è il mondo intero ad imporci la creazione di nuove forme di ‘relazione’ con l’alterità. Un’alterità che riflette quella che da sempre il mondo e il suo esistere costituiscono per noi. Un’alterità che però ha anche un volto concreto e determinato: quello costituito da una rete intricata di religioni, culture, forme di vita, prospettive etiche che sembrano spesso inconciliabili.
Abitare il contemporaneo significa dunque fare i conti con una incessante rideterminazione categoriale; d’altro canto, le vecchie concettualità politiche, filosofiche ed etiche non consentono più alcuna credibile decifrazione del “nuovo” che fin da troppo tempo tutti noi forse già siamo. Nuovi confini ormai si prospettano di là da quelli statuali, cittadini, regionali che pur sembrano ancora vincolarci; antiche prossimità iniziano a riemergere quasi a volerci indicare che mai ci siamo invero liberati di quella estraneità che un tempo ci faceva avvertire il mondo come l’estraneo e l’inospitale per eccellenza.
Ormai l’estraneità della terra assume i volti e i colori di enormi masse in perenne migrazione, che non possiamo semplicisticamente ricondurre al ‘nostro’ astratto ordine. Si tratta dunque di imparare a fare delle nostre città dei luoghi in cui il convivere rifletta nuove e concrete ‘possibilità’; quelle che nessuna rigida razionalità, nessun vuoto democraticismo potrà riuscire a ‘normare’ se non ci si mostrerà in grado di mettere innanzitutto in questione la fede che quella ‘razionale’ (in conformità ad un’idea moderna e tutt’altro che naturale di ‘razionalità’) sia l’unica forma di relazione davvero praticabile ed utilmente esportabile.

Abitare il sacro: tremenda e provocatoria ‘beltà’


Come non risolversi, insomma, a fare finalmente i conti con la struggente fascinazione di un’esistenza che dona insieme l’ebbrezza dell’incomprensibile e la dolcezza dell’irrinunciabile ? A cosa infatti non possiamo davvero rinunciare se non a ciò che in qualche modo avvertiamo come irriducibilmente eccedente ogni possibile decifrazione logico-razionale (da ultimo sempre e ‘costitutivamente’ soggettiva) ?
Ciò che risponde senza problemi alle declinazioni del nostro soggettivo volere, desiderare o comprendere, si costituisce come ‘oggetto’ cui possiamo in ogni momento rinunciare; che non ci vincola cioè in modo irrevocabile. E’ a nostra disposizione; di esso possediamo le ragioni e dunque sapremmo comunque svelare ogni supposto segreto. Esso non ci sarà mai indispensabile; perché è in qualche modo sempre già in noi… per quanto riguarda i suoi significati, il suo senso, la sua utilizzabilità, esso ci ‘serve’; ma per ciò stesso potrebbe in ogni momento essere sostituito da altre determinazioni di quella medesima ‘servitù’. Ciò cui mai potremmo rinunciare è connesso invece al mistero caratterizzante tutto ciò che riesce a resistere ad una peraltro sempre possibile determinazione oggettuale. Come accade quando incrociamo, imprevisto, l’accadere dell’evento artistico. Come accade cioè quando qualcosa dell’esistente ‘sta’, a prescindere dalla nostra comunque sempre viva attività di comprensione e riconoscimento. Quando l’esistere dell’esistente eccede qualsivoglia sua determinazione; e non si fa risolvere nel suo esser comunque determinatamente conosciuto. Quando l’essere al mondo di ciò che è riesce a resistere alla potenza determinante del ‘ciò’. Facendosi per ciò stesso gratuito, incomprensibile e misterioso. Quando cioè il nostro stesso essere-al-mondo viene messo in crisi da tale evento; e la nostra esistenza si illumina della propria irriducibile e profonda oscurità. E proprio a tale buio riesce forse a cor-rispondere; sentendosi ad esso irrevocabilmente destinata. E godendo senza limiti dell’imperscrutabile abbandono che l’esserci dell’esistente sembra richiedergli di là da ogni condizione o specifica motivazione.
Certo, una tale condizione sembra esporci all’estremo pericolo; ché tale abbandono è per noi rigorosamente senza rete. Eppure il fascino dell’esserci tocca così la medesima intensità che da sempre la prospettiva religiosa ha saputo donare agli umani. Come dire: una possibilità di esperienza del ‘sacro’ oltre ogni specifica religio (sempre troppo ‘fedele’ alla determinatezza storico-sociale di quello stesso sacro).
Se, dunque, abitare il mondo significasse innanzitutto imparare a convivere con tale insieme tremenda e irresistibile ‘ebbrezza’ ? Con tale improgettabile esposizione ? E se ogni esperienza di mondo fosse radicata proprio su tale endiadica condizione ?
Forse si tratta di rideterminare le categorie storicamente messe in opera dalla riflessione occidentale e provare a leggere ogni evento sorprendente, scomodo, irritante… proprio alla luce di tale naturale disposizione, di tale orizzonte esistenziale. Forse proprio a ciò rimandano le grandi svolte epocali che il ‘politico’ ha dovuto continuamente sopportare; ossia, le grandi esperienze di krisis; di cui quella presente (relativa alla crisi di un ordine mondiale che la forma più perfetta di guerra sinora mai apparsa – quella terroristica – sta portando drammaticamente alla luce) è solo l’ultima in senso cronologico.
Abitare il mondo significa forse imparare a fare i conti con un esserci che mai sarà toto caelo riconducibile a ciò che già siamo e sappiamo di noi stessi. E che non sarà mai riducibile neppure alle sempre nuove spiegazioni che sapremo di volta in volta elaborare, e in cui continueremo imperterriti a confidare sicuri, come se avessimo, allora sì, finalmente capito come stanno veramente le cose.
Quello stesso esserci che forse proprio l’esperienza dell’arte continua instancabile ad indicarci, anche se assai poco ascoltata; perché essa stessa continuamente ricondotta ai codici di lettura familiari alla critica e alla storiografia che anche dell’arte ha appunto finito per fare un semplice oggetto specifico del conoscere. Spiegabile, comprensibile, sempre e comunque, e dunque sostanzialmente riconducibile al tempo di cui viene sempre resa semplice testimone; proprio essa, che proprio della forma temporale dell’esperienza è la prima e più radicale messa in questione.

[Venerd́ 30|09|05;]
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